Può l’esperienza di Bologna essere l’occasione per immaginare un modello alternativo alla Silicon Valley?

Photo Credit: Piazza Verdi, Bologna, by Pietro Ghirlanda

Tra le varie strategie che le istituzioni municipali possono adottare per promuovere e supportare l’impresa cooperativa nei propri territori c’è quella di agire direttamente dall’alto come catalizzatori o quella di limitarsi invece a sostenere le iniziative spontanee e provenienti dal basso della società civile. La combinazione tra le due e la ricerca di nuove complementarietà istituzionali può però dar vita a partnerships più solide e durature e ad un rafforzamento dell’ecosistema locale. Questo è ciò che la città di Bologna ha cercato di fare agendo da incubatrice e facilitatrice di una vasta gamma di esperienze cooperative, senza però limitare, per questa ragione, la loro vocazione comunitaria e il loro carattere multi-stakeholder

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Bologna è stata infatti caratterizzata da un forte coinvolgimento di energie civiche tanto nella vita economica quanto in quella politica della città. Da un punto di vista storico, un ruolo decisivo lo hanno avuto sicuramente in questo senso le manifestazioni locali della Lega delle Cooperative e del Partito Comunista Italiano, quest’ultimo in particolare nella sua promozione di un sistema di piccola e media imprenditoria legato alla specializzazione flessibile ed alla decentralizzazione della produzione. Il punto su cui però siamo interessati a focalizzarci in questo articolo è l’integrazione di questo paradigma nel tessuto socio-culturale del territorio, chiedendoci se per questa ragione si possa pensare di attualizzarlo e riproporlo anche altrove. 

A tale modello istituzionale ci si è infatti riferiti anche con il nome di economia civile, argomentando, alla luce delle ormai ampliamente discusse disfunzionalità di Stato e mercato, in favore di una radicale devoluzione dei poteri e di una partecipazione multi-livello e multi-stakeholder al processo decisionale (anche a livello della singola impresa). Per essere sostenibile, un equilibrio di questo tipo non può però che essere fondato su un diverso complesso di preferenze individuali e norme sociali. Un complesso caratterizzato da motivazioni intrinseche e pro-sociali e da un pensiero che ragiona con le categorie dell’ecosistema, del territorio e della complementarietà istituzionale. 

Da un lato, tale modello è indubitabilmente un’ottima strada per valorizzare principi che rischiano altrimenti di rimanere solo su carta, come il principio di sussidarietà su cui si fonda lo stesso ordinamento dell’Unione Europea o l’Articolo 45 della Costituzione Italiana, il quale recita: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.” Dall’altro, alla luce del carattere locale e relazionale dell’economia collaborativa, sono già state anche giustamente enfatizzate le potenzialità di una sua eventuale applicazione al mondo digitale per far fronte alle criticità poste dalla globalizzazione.

É forse a queste potenzialità che il neo-eletto sindaco di Bologna, Matteo Lepore, pensava quando nel 2020 parlava della creazione di un ecosistema dell’economia mutualistica e collaborativa digitale, la Coop Valley italiana. É bene subito precisare come questo progetto, in coerenza con le riflessioni di Elinor Ostrom sulla gestione dei beni comuni e la recente proposta di James Muldoon di un’agenda per la proprietà sociale e il controllo democratico dell’infrastruttura digitale, non abbia niente a che fare con una mera replicazione del modello estrattivo della Silicon Valley. Piuttosto invece, si configura come un’alternativa a tale modello basata sui valori della solidarietà, della prossimità e del mutualismo. 

Da questo punto di vista, il caso di Bologna ci offre dunque la possibilità per fare un discorso più generale legato alla necessità di ripensare il contratto sociale che oggi governa Internet, privilegiando l’orientamento multi-stakeholder e combinando la già esistente letteratura sui beni comuni urbani con le nuove suggestioni offerte dal movimento globale del cooperativismo di piattaforma. In questo senso, alcune piattaforme digitali possono a mio avviso essere interpretate come infrastrutture che, mischiandosi al tessuto urbano, offrono servizi pubblici essenziali e dovrebbero essere quindi possedute e gestite cooperativamente da tutti coloro i quali sono impattati o impattate dalle loro operazioni. “Le istituzioni municipali sembrebbero avere tutti i poteri che servono per governare questo processo,” sottolinea Guido Smorto, professore di diritto privato comparato all’Università di Palermo. Ciò che è importante, però, è che non limitino l’autonomia delle nascenti cooperative, in rispetto al quarto dei principi della International Cooperative Alliance. 

Vorrei ora brevemente presentare due esempi di cooperative digitali che, con storie e traiettorie molto differenti tra di loro, hanno mosso i loro primi passi nel contesto bolognese. Sto parlando di Fairbnb e di Consegne Etiche

Faibnb è una cooperativa di lavoro il cui obiettivo principale è quello di offrire affitti turistici di breve termine socialmente sostenibili, in modo da rispondere al problema della gentrificazione che il suo concorrente estrattivo Airbnb pone nei contesti in cui opera. Inoltre, man mano che si espande in altri stati europei, la piattaforma sta anche ragionando su una transizione a una struttura multi-stakeholder. L’idea è quella di incorporare nella governance i suoi ambasciatori locali, i quali sono responsabili di sviluppare e mantenere i contatti con le istituzioni municipali ed attivare i progetti sociali della piattaforma nei vari territori. In questo modo, alle amministrazioni locali potrebbe toccare invece il compito di certificare la sostenibilità delle attività di Fairbnb e promuovere il rispetto di alcune regole di base fondamentali, che possano tutelarla dalla competizione al ribasso portata dai suoi rivali estrattivi.

La cooperativa di food-delivery Consegne Etiche è nata invece durante il primo lockdown italiano nell’aprile del 2020. Ispirata dall’innovativa Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, l’obiettivo era quello di consegnare cibo e altri beni essenziali a quei cittadini e cittadine che, soprattutto tra i più vulnerabili, non potevano recarsi da soli al negozio. Contemporaneamente, si intendevano garantire delle condizioni di lavoro eque per i riders e sostenere le attività commerciali del territorio. Per questo motivo, la Fondazione per l’Innovazione Urbana, un centro di analisi e co-produzione di trasformazioni urbane fondato dal Comune e dall’Università di Bologna, organizzò un’assemblea online aperta a tutta la cittadinanza durante la quale una varietà di soggetti pubblico, privati e comunitari si riunì per discutere di come costruire una risposta collettiva ai problemi del presente. Cooperative esistenti, designers urbani, commercianti, centri di ricerca universitari e il sindacato locale dei riders (la Riders Union Bologna) furono tutti coinvolti in questo processo di co-progettazione. Il fine ultimo era ripensare quello che sarebbe stata la città dopo il Covid, opporsi alle piattaforme estrattive tradizionali e fornire allo stesso tempo un servizio essenziale alla cittadinanza. 

Sono convinto che entrambi questi esempi ci insegnino come, per creare un florido ecosistema digitale o, se vogliamo, una “coop valley,” sia necessario avere tanto istituzioni municipali quanto centri di ricerca e società civile a supporto della nostra visione. Questo comporta anche guardare oltre il modello della Silicon Valley e considerare quello che viene sperimentato in altre parti del mondo, come a Bologna, dove si cerca di organizzare l’economia digitale in armonia con i valori storici della regione. Cosa può fare invece la tua città per incoraggiare l’economia collaborativa digitale?